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Europa unita, almeno negli stili di vita: innanzitutto a tavola. Così racconta Globescan. La società di studi demoscopici ha svolto un’indagine in Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Repubblica Ceca e diramato i risultati a Bruxelles, al Congresso della Confederazione dell’industria alimentare dell’UE.
Nel Vecchio Continente è generale la mancanza di consapevolezza sui rischi per la salute derivanti da dieta e abitudini scorrette. La maggioranza si autoassolve sulla dieta personale e professa fiducia nella sicurezza dei cibi, tanto che scende dal 59% del 2002 all’attuale 44% la quota di chi la mette al primo posto nella classifica delle preoccupazioni alimentari.
Appello quasi corale perché siano intensificati i programmi di educazione pubblica, mentre solo l’8% degli intervistati vorrebbe limitare la pubblicità dei cibi-spazzatura, la tassazione dei quali, secondo il 63%, non servirebbe da deterrente.
Uno stile leggero
Il quadro delineato da Globescan ha l’obiettivo di promuovere stili di vita e diete più bilanciate. Robert Madeline, direttore generale per la salute e la protezione del consumatore alla Commissione Europea, ha sollecitato alleanze fra enti pubblici e privati, per arrivare a soluzioni concrete. In Inghilterra, si è già passati ai fatti con il “Manifesto contro l’obesità” della Fdf-Food and Drink Federation, che prevede sette impegni per le aziende, fra cui diminuire il tenore di zuccheri, grassi e sale nei prodotti, garantire porzioni ridotte ed eliminare i distributori automatici dalle scuole elementari e medie. Benché Cadbury abbia sospeso la vendita delle sue maxi tavolette di cioccolato, equivalenti per calorie a un pasto completo, e McDonald’s abbia tagliato le razioni di patatine fritte e bibite, i malpensanti sospettano che i buoni intenti della Fdf siano un tentativo per sfuggire a leggi più severe e che lasceranno il tempo che trovano.
Equilibrio mediterraneo
Da parte sua, il Belpaese si dimostra allineato ai partner continentali ma non rinuncia a una sua linea di condotta distintiva. Gli “italiani allo specchio” sono stati “spiati” dall’Istituto di ricerche demoscopiche Swg, con la complicità di Herbalife, specializzata nel settore dietetico, e con il commento di Andrea Strata, docente di Nutrizione Clinica all’Università di Parma: «Tra i 1.000 soggetti esaminati, dai 18 ai 64 anni, il 34% è veramente in sovrappeso, mentre si crede tale senza esserlo il 50%. A dimostrazione della fede nei “canoni di normalità” correnti, il 43% si ritiene normopeso ma in realtà lo è il 62%. Gli over size mostrano un rifiuto cosciente delle regole e delle mode della società dato che il 78% non si sente in imbarazzo e dichiara di avere un rapporto equilibrato e controllato con il cibo».
Severi riguardo al fisico ma non allarmati, i connazionali considerano l’obesità più un’imperfezione estetica che un problema medico. In effetti i nostri costumi alimentari sono abbastanza assennati: il 60-78% delle persone consuma frutta e verdura almeno una volta al giorno; pasta e pizza da un minimo di cinque porzioni in sette giorni fino a due quotidiane; pesce, legumi, dolci, carne e salumi circa due volte a settimana.
Pigri in cucina ma con la paura di non rientrare fra gli stereotipi di magrezza in voga, il 78% degli individui si mantiene in forma controllando l’alimentazione e il 55% praticando uno sport, con un quarto delle donne dedite alle diete fai-da-te. La differenza fra maschi e femmine emerge nella scelta degli spuntini fuori pasto, diventati una consuetudine per il 78% degli italiani: gli uomini si concedono tramezzini, pizze, panini tre volte al giorno, soprattutto dopo cena; le donne si fanno tentare il pomeriggio da frutta, verdura cruda, yogurt e snack dolci.
Facili artifici
Le pause golose, è noto, servono spesso per colmare un “vuoto” o come antidoto allo stress. Molti saltano i pasti o non hanno tempo per cucinare per cui si ritrovano a mangiucchiare anche per la strada. Per sedare la fame improvvisa, le aziende alimentari sfornano cibi da impulso, pronti all’uso e scodellati da buste e vaschette, anche in kit per pasti frettolosi, non sempre negativi.
Nel filone salutista, il menu “rapido” comprende chips di fettine di mele, zucchine, carote e rape oppure di cavolo al gusto di maionese; tortilla-chips con erba cacciadiavoli antidepressiva; cioccolato arricchito con cicoria all’inulina prebiotica oppure con fave antistress o germe di grano energetico. Dal bicchierino a due comparti spunta il pesce da intingere in salsa di formaggio a zero grassi e dall’astuccio da passeggio le mini carote pulite e lavate.
Il 27% degli italiani che non segue una dieta bilanciata se la dovrà vedere anche con l’industria, per lo meno con quella dalla parte dei dietologi e attiva nei progetti di educazione alimentare.
Nella schiera, la Findus che ha introdotto il “Passaporto Nutrizionale” nelle sue confezioni, con notizie sui nutrienti e sui menu bilanciati, e che ha commissionato all’Ipsos uno studio sui segnali di cambiamento dei consumi alimentari e degli stili di vita in Italia. Semplicità e qualità stanno diventando le parole d’ordine del nuovo trend, in sostituzione di “sacrificalità” e senso di colpa. «In questo periodo ansiogeno», spiega Caterina Schiavon, direttore Area di Ricerca Socio-semiotica di Ipsos-Explorer, «il cibo ha una funzione calmante, specialmente sotto forma di piccole cose da spizzicare. La gente si sta affrancando dai modelli che impongono i jank food, anche perché ne conosce i lati negativi, e recupera la tradizione, non più intesa come vecchiume. Intorno al cibo si ritrovano socializzazione e unità familiare. Il legame poi fra alimenti e cultura non è più superficiale e incorpora il gusto della curiosità e dell’assaggio, eredità delle intrusioni multietniche. Gli atteggiamenti sono quindi più critici e migliori in quanto ispirati a grandi valori. Nonostante le rinunce da congiuntura economica, si è disposti a spendere ogni tanto per un alimento di lusso, nel concetto del poco ma buono».
Sapori più affettuosi
Il fenomeno del “calore” e del piacere del cibo, carico di valenze affettive, coinvolge anche i teenagers, come precisa la psicologa: «Proprio i ragazzi, che fino a poco tempo fa erano disinvolti e indifferenti, sono i più esigenti e pretendono pasti da seduti, meglio se al desco familiare, e preparati con cura e amore».
Conferma il cult giovanile verso i piatti della nonna il rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità, in base al sondaggio “In & Out della new generation” condotto da Coldiretti e Istituto per la Ricerca degli Alimenti e la Nutrizione su 3.000 ragazzi dai 14 ai 19 anni.
Per otto su 10 di loro, non sono appetibili i piatti pronti e i riti come l’happy hour, al pari dei businessman e dei vetusti yuppy.
Al contrario, sono must i piatti tradizionali e la merenda all’aperto con gli amici, ma anche lo sport. Riscuotono gradimento la vita all’aria aperta e l’attenzione alla dieta, con prodotti biologici e tipici e di souvenir gastronomici delle vacanze. Il 73% delle ragazze e il 56% dei coetanei maschi si spinge ad aiutare in casa e il 95% del gruppo torna a pranzo fra le mura domestiche. I giovani indulgono a snack e patatine fritte non più di tre volte al mese e limitano le vivande etniche a un solo consumo mensile. I dati confortanti sugli adolescenti si scontrano con previsioni più fosche per i piccoli, tracciate dall’inchiesta della Fimp-Federazione Italiana Medici Pediatri su 8.000 scolari lombardi dai sei agli 11 anni. La ricerca, ancora in corso, presentata al Congresso “La prevenzione cardiovascolare è una cosa da bambini”, stima che il 30% dei fanciulli in Lombardia sia in sovrappeso. Secondo l’allarme, lanciato dal Dipartimento di Formazione Permanente Fimp della Regione, quattro bambini su 100 sono già affetti da ipertensione e a 15 anni sono in aumento i casi di diabete di tipo 2, caratteristico dell’adulto. «Uno su due dei bambini analizzati», sottolinea la responsabile del Dipartimento Marina Picca, «sarà un adulto in sovrappeso e a rischio di disturbi cardiovascolari. Perciò c’è bisogno di una convergenza multidisciplinare in cui tutti, genitori, insegnanti, pediatri, medici e istituzioni, facciano la loro parte per modificare dall’infanzia i comportamenti malsani».
10.000 passi verso il benessere
Non uno di più, non uno di meno: ai 5.000 passi che in media un sedentario compie normalmente nell’arco della giornata se ne devono sommare altrettanti. Per raggiungere la forma e lasciare indietro le malattie. Parola della Sio-Società Italiana Obesità che, con l’appoggio del Ministero della Salute, entro la fine dell’anno cercherà di convincere tutti al moto supplementare con un’apposita campagna. «È un percorso di autodisciplina, non un’imposizione», chiarisce Michele Carruba, presidente della Sio e direttore del Centro Studi e Ricerche sull’Obesità dell’Università di Milano. «I “10.000 passi per vivere bene” sono indicati come strumento di salute da evidenze scientifiche ed epidemiologiche: studi multicentrici provano che il raddoppio della camminata riduce la mortalità di tre volte e che giova più il moto delle ristrettezze caloriche.
Infatti è meglio introdurre calorie extra e bruciarle tutte con l’esercizio fisico che trattenersi a tavola e non smaltire abbastanza, a causa della pigrizia. Non potendo intervenire sui geni, che predispongono al sovrappeso e alle patologie collegate, e dal momento che non si può prescrivere una dieta collettiva, occorre agire modificando lo stile di vita. In fin dei conti, basta mezz’ora al giorno per arrivare al traguardo».
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